I GIOCATTOLI “TECNOLOGICI” E LO SVILUPPO DEI BAMBINI – 1° PARTE

Mi hanno posto numerose volte nel corso degli ultimi anni una domanda, formulata in un linguaggio essenziale e diretto, come solo quello giornalistico sa essere: “Elettronica sì, o elettronica no?” e io ho sempre detto “elettronica sì, ma con moderazione”, ma mi sono chiesta più volte se con questa risposta semplice e quasi schematica sono riuscita a trasmettere il pensiero sottostante questa affermazione.
Cercherà qui di ricostruire le considerazioni e le teorie cui ho fatto implicitamente riferimento per costruirmi un’idea al riguardo.

Sono numerose le ricerche evoluzionistiche e transculturali che hanno dimostrato che la peculiarità esclusiva dell’uomo consiste nel fatto che la sua crescita come individuo dipende dalla storia della sua specie e che questa si riflette in una specifica cultura esterna. I limiti della crescita dipendono dall’assistenza data da una cultura all’individuo nell’uso del potenziale intellettuale di cui può disporre.
Un’affermazione di questo tipo, ci fa riflettere sulle grandi implicazioni e sulle differenze che una più o meno buona “assistenza alla crescita” dei nostri bambini può provocare.

L’evoluzione c’insegna che a partire da un certo momento in poi il solo mezzo con cui l’uomo potè inserirsi nel proprio contesto evolutivo fu la trasmissione culturale delle abilità necessarie ad usare le tecniche, gli attrezzi e i congegni inventati in precedenza.
L’informatica in senso lato, e i giocattoli basati sul suo utilizzo interattivo in senso più specifico, non sono forse ormai parte integrante, essenziale e costitutiva della realtà e della cultura all’interno della quale viviamo? E in quanto tali necessariamente da trasmettere?
La cultura fornisce sistemi d’amplificazione per aiutare lo sviluppo delle facoltà mentali dei propri membri, un famoso psicologo nel campo della psicologia della conoscenza distingueva questi sistemi in amplificatori dell’azione, amplificatori dei sensi e amplificatori dei modi di pensare. Mi permetto di tradurre i suoi concetti teorici utilizzando esempi provenienti dal vasto mondo dei giocattoli, che può essere per tanti aspetti considerato una ricostruzione in miniatura del mondo reale “del mondo dei grandi”.
Trasmettiamo ai bambini competenze in materia di “azione” quando gli offriamo tutta una serie di giocattoli con i quali loro devono “fare qualcosa”, “simulare”, “imitare comportamenti”, compiere attività fisiche, costruire torri, castelli, suonare strumenti musicali, spingere o tirare una macchinina o una ruspa. Amplifichiamo i sensi quando li stimoliamo con giocattoli che gli permettono di vedere ed osservare diversamente: microscopi, macchine fotografiche, cannocchiali. Amplifichiamo i processi di pensiero o i modi di pensare quando con il linguaggio e la spiegazione utilizziamo e offriamo loro qualcosa di automatico che immagazzina, elabora e trasmette conoscenze: compriamo dei computer da tavolo o portatili giocattolo con programmi attraverso i quali giocare, disegnare, calcolare, scrivere.
E’ l’insieme di tutti questi stimoli che oggi possiamo offrire in scala ridotta -in forma di giocattolo- che diventa produttivo per la crescita della mente dei bambini. Alcuni giochi elettronici stimolano il pensiero attraverso il divertimento, possono contribuire a sviluppare abilità di concentrazione e di riflessione e anche ad incrementare la fantasia. L’elettronica e l’informatica sono parti talmente integranti della cultura delle nostre società che è naturale, “evoluzionistico” mi verrebbe da dire, che i piccoli della nostra specie ne facciano un uso sempre più precoce, e in questo ritroviamo il senso di “l’elettronica sì”.

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